Make a revolution

[on air: Tracy Chapman – Talkin’ about a revolution]

Martedì sera a Torino, nella cornice d’eccezione del cortile di Palazzo Carignano si è tenuta l’ultima serata di “Oltre i limiti”, ciclo di incontri organizzati da AIPS onlus e città Torino, con l’intento di esplorare e riflettere sul tema del limite, attraverso l’esperienza diretta di personaggi affermati  in vari ambiti di interesse.

Ospite della serata: Philippe Daverio. Pertanto, il tema era centrato sull’arte.

Philippe si presenta stravagante, come al suo solito, fumando e sorseggiando un cocktail bianco, è geniale e brillante.
Un’intelligenza fuori dall’ordinario, come lui stesso ha ripetuto diverse volte, riferendosi a personaggi di indubbio valore artistico e non solo, tra cui persone a lui stesso care e legate.
Non un critico, non un mercante d’arte ma un antropologo postmoderno, studioso di fenomeni sociali e di costume attuali.
Acuto, attento, curioso, ironico e provocatorio, Philippe ha parlato del significato dell’arte, del compito dell’artista, del difficile rapporto con la pubblicità, soffermandosi sul panorama artistico “attuale” per distinguerlo dal più vasto “contemporaneo”, con particolare riferimento alla situazione del nostro Paese, il ventre molle, come ha voluto definirlo, ovvero il canale preferenziale per una penetrazione culturale d’oltreoceano di discutibile valore artistico e culturale.
Difficile rimanere insensibili di fronte a tanti concetti, spesso espressi in maniera estremamente chiara e inequivocabile.

L’arte è una questione grave, un’espressione che Philippe eredita dall’amico Sebastian Matta, grande surrealista, che in punto di morte lo omaggia di tale intuizione affermando, in conclusione, che l’arte corrisponde al dialogo con la specie.
Una questione grave insomma, che non ha nulla a che vedere con la pubblicità. Quest’ultima infatti tende alla massima semplicità. Il successo di Armando Testa, afferma Daverio, è stato proprio esser riuscito a semplificare  qualcosa di complesso nell’immediatezza di un messaggio. Ad oggi tale meccanismo è talmente ossessivo che la semplificazione finisce per diventare banalizzazione o addirittura annullamento del messaggio stesso. Il fenomeno artistico, invece, procede all’opposto; è proprio nel rendersi complesso che offre vari piani di lettura, e fa sì che anche persone molto diverse trovino cose che richiamano la loro attenzione, persone diverse della stessa epoca e persone diverse in tempi diversi, di qui il carattere universale dell’opera artistica.
La pubblicità comunica significati che già conosciamo; l’arte, nel significante dell’opera, esprime significati nuovi; inventando nuovi linguaggi si arriva alla conoscenza e, questo, in maniera induttiva solo attraverso il sentire (a differenza della filosofia in cui il percorso cognitivo è affidato al pensiero).

Pertanto, quello che un’opera d’arte riesce/deve fare è suscitare sensazioni, sentimenti. Tuttavia non è da tutti essere ricettivi, è un processo esclusivo riservato a pochi. Philippe alla domanda, la prima, dell’Assessore alla cultura Maurizio Braccialarghe, su quali possano essere gli strumenti per avvicinarsi a tale mondo, distingue tre tipologie: facoltà innate, e si menziona l’ex presidente COMAU Berto Lamet, capacità dovute ad un profondo spirito poetico/sensibile, e, infine competenze legate ad anni di studio, come nel caso di se stesso, ammette Philippe, animato da sempre da una profonda curiosità.
L’arte è un circolo d’élite, ma a differenza dell’alta finanza, della matematica non presenta barriere all’ingresso, è una casta cui si ha libero accesso, aperta a tutti, con un occhio di riguardo per animi sensibili e spiriti curiosi.

In tale  prospettiva l’artista è figura emblematica.
Per definirlo Philippe si avvale di un’immagine suggestiva: gli scienziati sono coloro che cercano di spiegare gli eventi dopo il big bang gli artisti invece cercano di fare lo stesso prima del grande evento. Partendo da un disagio di specie, e qui torna la locuzione di Matta, di natura collettiva e generale, l’artista metabolizza per poi esternare tale afflizione in maniera individuale, personale nell’opera stessa.
L’origine è l’attaccamento alla specie il legame inscindibile con la società. L’artista è un animale sociale, permeato di umanità, assolutamente legato al contesto storico; una spugna in grado di recepire uno stato di cose. Alla fase ricettiva segue quella di isolamento di interiorizzazione dove ha luogo il processo creativo.
In questa capacità di riformulare un disagio sociale nasce un’altra fattore distintivo dell’arte ovvero la natura premonitrice. In tal senso, Philippe cita la 49° Esposizione Internazionale d’arte di Venezia, edizione della Biennale del 2001, curata da Harald Szeemann. Accolta da tutti, e dallo stesso Philippe, come eccessiva, sconvolgente, apocalittica viene rivalutata a seguito degli eventi del 11 Settembre, e riletta come annunciatrice di tali terribili eventi. Il plateau of humankind, l’allestimento panoramico a tutto campo sull’arte contemporanea diventa così il palinsesto di simboli e metafore di ciò che avverrà nei mesi successivi.

Infine, caratteristica peculiare dell’essere arista è l’urgenza. Difficile da definire, una pulsione, un impulso, una forza feroce che costringe a esternare mediante l’opera d’arte, un bisogno interiore. E’ in questo sforzo che l’artista si distingue nuovamente dalla specie spingendosi oltre i limiti e creando qualcosa di unico, complesso, e, per quanto detto, dai molteplici significati, immortale e universale.
Quello dell’artista non è un lavoro, afferma Philippe, ma una vocazione, un talento; non tutti siamo artisti e non tutti possiamo esserlo, torna così la natura elitaria esclusiva dell’arte.

Ma il messaggio più potente che il nostro ha voluto regalare e che, a mio parere non è stato recepito in maniera corretta, era rivolto ai giovani. Gli stessi cui la rassegna è dedicata all’interno delle iniziative TOYou (Torino Young City), in occasione di Torino Capitale dei giovani.

DOVETE FARE LA RIVOLUZIONE, ha dichiarato più volte, con forza Philippe dal palco del Carignano.
Messaggio quanto mai indicato in un momento di grande complessità economica e sociale, ma che ha trovato le resistenze del pubblico e degli stessi giovani artisti torinesi sul palco con lui, tre promesse del panorama artistico piemontese Migliora, De Serio e Quaranta.
Fossilizzati sulle loro posizioni, specie la prima dei tre, non hanno saputo cogliere nelle parole di Daverio la vena ironica e spiccatamente provocatoria. Una rivoluzione da portare avanti non necessariamente con armi fisiche, ha dovuto ribadire dietro l’accanimento della giovane artista. Una rivoluzione da portare avanti fondendosi con il tessuto sociale – che non significa essere presenti con installazioni urbane di mille persone fisiche, ma, per esempio, facendo tesoro delle critiche mosse dal pubblico, chiari segni di possibili aree di miglioramento.
Non esiste una formula ovviamente, se così fosse non staremmo qui a parlarne, spetta a noi giovani trovarla.
Ma per la prima volta rispetto a tante parole dette e innocue, mi sono trovato di fronte a parole sparate come proiettili, ben più pericolosi delle stesse armi.
Lo stesso termine rivoluzione significa sovvertire un sistema di cose e, per cominciare, Philippe parla di progettualità, su cui pochi hanno posto l’accento, che significa avere delle idee, formulare un piano d’azione, porsi degli obiettivi, raggiungerli e/o ostinarsi nell’ottenere dei risultati.
E poi ha individuato ciò che da sempre è alla base dei movimenti sovvertivi: la circolazione delle idee!
Occorre reinventare formule per favorire lo scambio di opinioni, pensieri, visioni; non necessariamente i circoli culturali bohèmien della Parigi di inizio secolo. La storia ci insegna che l’arte non lavora a compartimenti stagni, dove qualcuno dipinge nello stesso “spazio” qualcuno scrive, scolpisce, filma… nuovi spazi fisici e/o virtuali dove fervono i nuovi artisti favoriti da moderne figure di mecenati, ben lontani dagli sponsor, cui siamo abituati, responsabili solo di “produzioni” artistiche legate alle becere logiche di mercato.
Nell’attuale panorama Philippe parla di guru, artisti affermatissimi cui tutto è permesso, e artigiani, produttori di arte di massa, e sempre meno di sciamani, coloro che, tra mille difficoltà, cercano strade alternative e sperimentano.
L’arte non si fa nei musei, non si celebra nelle mostre, non si vive nei vernissage, ma, allo stesso tempo, non bisogna nemmeno necessariamente scendere in strada, e qui il riferimento alla street art, di cui Philippe esalta quella delle origini, non a caso legata ad un particolare contesto sociale, quello difficile dei portoricani tossicodipendenti ed emarginati nella violentissima New York degli anni ’70, e demolisce quella attuale tanto in auge negli ambienti culturali e soprattutto tra i facoltosi nuovi mercanti d’arte.

Reinventare i luoghi dell’arte. Lavorare sull’identità favorendo meccanismi di scambio cultuale.

Di fronte a tali affermazioni la contrarietà del pubblico e dei torinesi è stata evidente. Lo stesso Assessore alla cultura, si è arenato  continuando a difendere il Museo di Arte Contemporanea del castello di Rivoli più volte attaccato.
Temi già trattati la mattina dello stesso giorno alla stampa laddove Philippe aveva dichiarato: Torino ha tutte le carte per organizzare mostre ed eventi. Ma per richiamare gente racconti la sua identità, la ami e la comunichi, perché è peculiare […]Ma i torinesi sembrano non lavorare abbastanza per comunicare la loro identità […] I soldi non ci sono? Non è vero. Se ne spendono tanti per altre stramberie. Per il calcio si troverebbero!
Ma non è un problema di soldi, anzi! E’ un problema di comunicazione o, dovremmo dire alla Daverio, di circolazione delle idee e, in tal senso, forse c’è ancora tanto da fare/rivoluzionare!

la Grande M…aratona

[on air: Hans Zimmer – A Way of Life]

basterebbe solo… un passo in più..

..5164 gradini.
La grande Muraglia.. o la grande Maratona?
Il tappone dolomitico del giro d’Italia – a detta di Andre the day after.
Una delle delle big five al mondo… come la 100 km. nel deserto o la polar in mezzo al ghiaccio! 

Si comincia, prestissimo.
Sveglia alle 03 am. Tutto buio. Come zombie sul pullman per il transfer dall’hotel.
Quello che colpisce è la massa di persone… gente da tutto il mondo.
Australiani, americani, francesi, tedeschi,… ovviamente cinesi, pochi in realtà – ci viene da dire – e last but not least italiani – è il caso di dire. 
Un melting pot di colori, bandiere, per ricordare che nella corsa non esistono muri o,
se esistono, è per sfidarli e correrci sopra.

Si comincia, tostissimo.
Subito salita, 5 km, e l’altimetro si impenna.
Quello che colpisce è il numero di persone improvvisate, gente a cui non daresti una lira 
e invece sono i più convinti, rallentano, camminano, si fermano ma solo un attimo, non mollano!
L’età non conta, per ricordare che nella corsa non servono solo le gambe…
la forza è soprattutto nella testa!

E poi, meraviglia.
In cima al colle una vista mozzafiato, un muro senza senso, senza fine,
appoggiato sul profilo della montagna.
La muraglia in tutto il suo splendore. Una cornice di pietre che svetta,
sullo sfondo di un cielo dall’azzurro ormai dimenticato.
Pelle d’oca, e la stanchezza per un attimo sparisce.
Ci si ferma per le foto. Ci si ferma, per aspettare, incolonnati come formiche,
in fila indiana scendendo sul profilo della muraglia/montagna.

E poi gradini.
Gradini tanti. Gradini troppi.
Ma è facile, ti convinci, è solo l’inizio, poi si scende.
Arrivati al fondo il gruppo si assottiglia,
si corre su sterrato, asfalto, pietrisco, per arrivare al piccolo villaggio di Huangyaguan.
Quello che colpisce è il numero di bambini. Non hanno niente ma regalano tutto.
Il tutto è un sorriso che spazza la stanchezza, che spezza il cuore.  
Per ricordarti che nella corsa non contano numeri e performance,
quello che conta sono le sensazioni che, qui, proprio non si contano.

Il caldo è pazzesco.
Ossigeno poco. Umidità, troppa.  
E la tanto discussa ‘crisi’ del maratoneta del 30 km stavolta è tutta vera.
La vera sfida: un muro di fronte, di nuovo.
Ancora il Great Wall, adesso in salita. Stavolta dalla parte più ripida.
Non hanno voluto fare sconti gli organizzatori.
E, il mostro finale dell’ultimo livello è lì che ti aspetta,
con le sue lame fatte di gradini, sempre più irti.
con le sue armi fatte di salite, sempre più ripide. 

Bevi, un’ultima volta.
Corri.
Provi a tirare.
Non ti resta che correre.
Scendi sotto i 6 min al km.
Allucinazioni.
In mente solo un pensiero: devi farcela.
Un mandala: non fa male!
Il Great Wall Fort è oltre quest’ultima salita..
Il Great Wall Fort è dopo quest’ultimo gradino.. 
Basterebbe solo… un passo in più!
E poi, quando credi di non farcela,
riesci a sentire il tuo nome accompagnato dal caming from Italy
e la finish line da illusione diventa realtà,
la finish line violata dal rosso
il rosso tanto caro a Pechino…
il rosso della t(ua)-shirt

Long Take

[on air: Subsonica – Veleno]

non ci resta che correre

l’unica cosa che funziona
senza danni
la corda la stai cercando
non per quello che dicono
ci ha provato il torcicollo
bastava un nodo alla gola
un unico piano sequenza
una sola inquadratura:
un rotolone, un modo per fuggire
la finestra grata,
nella casa delle finestre che ridono
è il modo di dire grazie
perché nei sogni c’è sempre una via d’uscita
altrimenti non sarebbero tali,
sarebbero incubi
eppure anche da questi ci si può svegliare
come gli adesivi che si staccano
oppure anche da questi non ci si può svegliare
come le cerniere che si incastrano

my MEI
MAI mayBE
basterebbe solo …

La notte dell’oracolo

[on air: Trentemoller – Shades Of Marble]

hai solo bisogno di TIME

Tempo per non perdere più tempo
per te che hai perso tempo, che non hai più tempo,
per te che passi troppo tempo ad aspettare l’attimo,
smettere di pensare,  iniziare a guardare avanti, nonostante tutto…

Perché si dice che proprio la vita va’ avanti…
ma, per tanti versi, a te sembra di tornare indietro,
dei tanti versi, fatichi a prendere quello giusto,
dei tanti versi, fatichi a esprimermi in quello corretto,
versi diversi, idiomi idioti.

Alla fine speri solo sia un cerchio,
non angolazioni ma curvature..
uno stramaledettissimo tondo senza senso,
E tornare al punto di partenza, lo starting point.

E allora, forse, ci ritroveremo faccia a faccia,
ci guarderemo negli occhi, di nuovo
uno di fronte all’altro.. forse.
Se così fosse, tutto torna,
stavolta per davvero!

Allora, forse… allora come allora,
allora come un tempo, allora come ora.
E allora?
… e allora non ci resta che correre

U-nconditioned refle-X

[on air: Hans Zimmer – Time]

un giorno di pioggia, al gusto di pioggia, in giorni di pioggia

è da quando sono arrivato che piove…
non ricordo più da quando ormai, 
più di una settimana, credo, ma non sono sicuro…
ho dei ricordi confusi e la tua esitazione, il tuo sguardo immobile non mi aiuta…
E’ una pioggia statica, uniforme, scende monotona,
per cancellare il passato e annullare il futuro.

Sono stanco…
stanco di riflettere, di pensare, stanco di non-essere,
stanco di dire, di parlare, di non-fare.
Un unico riflesso incondizionato: ripercorrere il my e-tune esistenziale.
Faccio scorrere i vinili nel juke box irreale del ricordo…
la memoria distratta dai colori vivaci delle cover degli LP,
una monetina parte dall’inconscio…
si muove il meccanismo a margherita, 
e il disco selezionato si posiziona sotto il braccetto meccanico del pensiero,
e da qui si sposta nel piatto del giradischi dello spazio intelligibile
il mondo irreale che mi circonda, che ci lega.
L’ambiente si carica di visioni.
Plasmare forme, colori,
passeggiare tra immagini, visioni
come in una vecchia pellicola muta…

Ci sono persone che vogliono che una cosa succeda…
altre che sperano che succeda…
altre che fanno in modo che succeda…

hai solo bisogno di TIME

BACKfast

[on air: Subsonica – Preso Blu]

… lo sguardo che fa di te un vero uomo

te lo ripeteva tutte le mattine, a colazione.
eri il suo ometto è così che ti chiamava.
Per sopperire alle mancanze di quello sguardo
che fa di un uomo un vero uomo.
Te lo ripeteva tutte le ovomaltine di fretta biscottata
per darti la carica, ma tu preferivi lo Sprint.
Il barattolone arancione, il tappone blu
un cucchiaio nel latte, uno in bocca,
e labbra dolci e colorate.
I biscotti plasmonici per farti crescere
e farti diventare uomo, non solo nello sguardo.

Poi un giorno uomo lo sei diventato per davvero
e non hai avuto più bisogno di essere coccolato
non hai avuto più bisogno di cioccolato.
Un giorno di pioggia senza fretta marmellata,
sei andato tu in cerca di qualcuno che la coccolasse,
la guardasse, seppur con uno sguardo diverso,
seppur con un significato diverso, forse solo la badasse
la vaga impotenza e l’amaro tra i denti.
Un giorno di pioggia senza fretta sei diventato uomo
ma hai perso lo sguardo,
un giorno di pioggia, al gusto di pioggia, in giorni di pioggia

Image

Confused memories

[on air: 曾軼可 forever 21]
Patang – Bangla Road

… come il ricordo di un’altra vita un vita passata e ormai dimenticata

… e di nuovo quella stanza,
di nuovo quella squallida stamberga,
di nuovo quel ticchettio di braccialetti e orecchini,
di nuovo l’odore acre di piscio e coriandolo,
in quella parte di mondo cresciuta in fretta,
che deve ancora smaltire i fumi della notte passata

cerchi di ricordare … ricordi confusi 

ancora quella stupida canzone, l’eterna giovinezza,
ancora quel corpo, sconfinato piacere,
il fisico da adolescente … lo sguardo da adulta 
i sogni da bambina… il volto da donna,
femmina cresciuta in fretta,
che deve ancora smaltire i fumi della notte passata

cerchi di ricordare … ricordi confusi 

nessun sorriso, nessuna voce,
nessun sussurro, nessun ammicco,  
per te abituato al dialogo fatto di gesti, parole fatte di sguardi
da chi ha imparato solo a far godere,
da chi a godere, non imparerà mai.

Ti prende le mani, temporeggia.
Uno svago insensato, un gioco colpevole,
preludio del vizio, premessa di corruzione.
Fa schioccare le tue dita tra le sue.
Un suono come un fischio, un fischio di un treno… un treno mai partito, mai arrivato.
Un’innocenza negata e mai vissuta.
… come il ricordo di un’altra vita un vita passata e ormai dimenticata

Non è più niente per sé, solo un contenitore per le vite degli altri,
vigore inerziale, involontario, meccanico,
piacere arrendevole, accondiscendente, rapido.

La pelle delle mani più scura, una tinta ambrata… solo un’illusione.
Una linea netta divide la parte pigmentata del palmo da quella indifesa della pianta.
Una bicromia assente nelle tue di mani.
Uno scherzo di colori estraneo alla tua di etnia, da sempre pensata superiore.

Ti ha dato il diritto di prendere quello che non è tuo,
ti da il diritto di portar via senza chiedere,
osare senza esitare… entrare senza bussare,
venire senza aspettare… scappare senza voltarsi,
senza ferirti lo sguardo,
lo sguardo che fa di te un vero uomo.